Lo specialissimo Roma-Atalanta del romano (ma atalantino) Davide: una prima volta indimenticabile!

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Roma-Atalanta è la prima partita ufficiale che io abbia visto allo stadio. Era il 10 Settembre 1995, domenica pomeriggio, seconda giornata di campionato. Un campionato che mi accingevo a vivere con grande attesa, perchè eravamo neopromossi, e quindi, dopo un anno di assenza, non vedevo l’ora di rivedere la mia Atalanta in Serie A. Il mercato non era stato neanche male, era arrivato un bomber maturo, Sandro Tovalieri, reduce da una grande stagione nel Bari, e un bomber giovane ed emergente, un
certo Christian Vieri dal Venezia. Poi c’era l’ancora giovanissimo fantasista Morfeo, per il quale già stravedevo, anche se l’allenatore Mondonico, ruvido e pragmatico, ne centellinava l’impiego. Andai in Tribuna Tevere con mio padre, ancora ricordo che ciascun biglietto costava 70 mila lire. Avevo la
maglietta bianca della squadra, con lo sponsor Tamoil, nascosta sotto un giacchetto jeans. Faceva caldo.
Si vedeva bene dalla tribuna, sentivo addirittura il rumore del pallone quando veniva calciato o stoppato vicino la linea laterale, vicino la nostra posizione. Nei posti dietro di noi, prima che la partita iniziasse, sentivo parlare una famiglia, con accento del Nord.
“Saranno mica…?” pensavo con curiosità. Era fin troppo evidente che lo fossero, ero io troppo timido ed ingenuo.
La Roma attaccava, era più forte, avrebbe preso se non ricordo male 3 pali, ma dopo 4 minuti dall’inizio del secondo tempo, su un nostro contropiede, qualcuno venne tirato giù in area. Rigore. Mio padre aveva iniziato a camminare su e giù e non era con me in quel momento. Lo tira Vieri, e lo segna. Io, nonostante fossi timido, tirai silenziosamente verso il mio petto il braccio col pugno stretto, in segno di pacata ma decisa esultanza. Da dietro mi sentii dire: “Anche tu!!”; era il ragazzo della famigliola (un po’ più grande di me), a quel punto eravamo “dichiarati”.
Miracolosamente, il punteggio non cambiò e la partita finì 0-1. Quel ragazzo si chiamava Alessandro. Nel 1995 non c’erano social, né cellulari sdoganati, non ci scambiammo niente. Ho pensato per tanti anni a lui, desideroso com’ero di conoscere altri atalantini come me. Poteva essere un gancio, o link come si dice oggi. Non lo vidi ovviamente più, ma con lui condivisi la gioia di quel pomeriggio. Chissà dove sarà ora, chissà quante altre volte magari ci saremo ritrovati nello stesso stadio senza saperlo; magari sarà anche lui appena tornato da Zagabria.

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